
Ci sono città che non si attraversano soltanto: restano sulle mani, cambiano il peso delle forme, spostano il modo in cui si guarda.
Parigi, questa volta, mi ha lasciato soprattutto una sensazione di corrispondenza.
Sono dieci anni che torno qui. Conosco le sue luci, il rumore delle sedie trascinate sui marciapiedi, le facciate che cambiano colore durante il giorno, la calma improvvisa di alcuni cortili. E questa volta qualcosa è stato diverso.
Non perché la città fosse diversa. Forse perché lo ero io.
Ho avuto la sensazione che il mio universo trovasse qui una collocazione naturale. Come se le forme nate nel mio Atelier, i paesaggi che porto dentro da anni e il modo in cui guardo la materia dialogassero con questo luogo con una semplicità nuova.
Non è una conclusione e nemmeno una certezza. È una percezione. Ma alcune percezioni arrivano con una tale quiete da meritare attenzione.
A Parigi ho guardato molto i materiali prima ancora delle forme.
L’ottone delle targhe, il ferro verniciato dei cancelli, le pietre dei marciapiedi rese chiare dalla pioggia, il legno consumato dei tavoli nei bistrot. Ogni cosa sembrava portare una pelle precisa, costruita dal tempo e dall’uso.
Mi interessa sempre di più questa qualità della materia: non perfetta, non scenografica, ma viva perché attraversata.
Forse è anche ciò che cerco nei gioielli. Una forma che abbia una propria presenza e che, allo stesso tempo, possa accogliere il tempo di chi la indossa.
Ci sono poi i dettagli raccolti senza archivio.
Un taglio obliquo su una facciata. L’ombra di un cornicione al mattino. Il riflesso opaco di una vetrina. Piccole geometrie che non so ancora se diventeranno linee, superfici o texture.
Per ora restano appunti silenziosi.
E poi ci sono gli incontri.
Alcuni durano pochi minuti, altri molto di più. Ma quasi tutti lasciano qualcosa.
Mi colpisce sempre osservare il modo in cui le persone si avvicinano agli oggetti. Come li guardano, come li toccano, il tempo che si concedono prima di fare una domanda.
Anche questo, in fondo, modifica il lavoro.
Mi ricorda che un gioiello non è soltanto una forma. È un punto di incontro tra una materia, uno sguardo e una storia.
Sono tornata con molte tracce e molte idee nella valigia.
Alcune diventeranno forse nuove superfici. Altre resteranno semplicemente ricordi. Altre ancora hanno bisogno di tempo.
Ma porto con me soprattutto una forma di orgoglio silenzioso.
La sensazione che il mio lavoro, senza cambiare natura, stia trovando luoghi in cui essere compreso e accolto con naturalezza.
Forse è questo che mi ha lasciato Parigi questa volta.
Non una direzione definitiva, ma una soglia.
E il desiderio molto concreto di continuare ad attraversarla.














