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A volte mi chiedono come nasce un gioiello.

La risposta più semplice sarebbe dire che nasce in Atelier, davanti a un banco, con un pezzo di cera tra le mani.

Ma non è proprio così.

Quando comincio a lavorare, spesso il gioiello ha già iniziato a esistere da qualche parte dentro di me.

Può essere una forma che ho visto per strada, una pietra, il bordo consumato di un oggetto, una pianta mossa dal vento, una persona incontrata per caso.

A volte è un luogo.

Altre volte è soltanto una sensazione difficile da spiegare.

Mi succede spesso di tornare da un viaggio con delle immagini che non so ancora cosa siano.

Non le fotografo necessariamente. Alcune rimangono semplicemente nella memoria.

Un colore che ho continuato a guardare senza accorgermene. Una superficie che mi ha fatto fermare. Una proporzione che mi è sembrata stranamente giusta.

Non penso subito: questo diventerà un gioiello. Anzi, cerco di non farlo.

Mi piace lasciare che le cose rimangano per un po’ dove sono. Poi torno in Atelier.

Riprendo gli strumenti, apro i cassetti, rimetto sul banco le cere, l’oro, l’argento, le pietre.

La vita riprende il suo ritmo normale. Ed è proprio lì che, qualche volta, qualcosa ritorna.

Un’immagine che avevo quasi dimenticato. Un gesto che avevo visto.

Una forma che improvvisamente mi sembra di riconoscere nella materia.

È allora che comincio a fare delle prove. Non sempre funzionano.

Alcune finiscono nel cassetto. Altre vengono modificate tante volte prima di trovare una direzione. Altre ancora rimangono semplicemente quello che erano: un’idea che mi ha accompagnata per un po’.

Non mi dispiace. Anche questo fa parte del lavoro.

Lavorare a mano significa anche accettare che non tutto possa essere deciso prima. Con la cera persa, soprattutto, c’è un momento in cui bisogna smettere di controllare tutto.

La mano modifica leggermente una curva, rende una superficie più irregolare, toglie qualcosa che sembrava necessario.

A volte è proprio lì che il gioiello comincia a diventare davvero suo. Non più soltanto l’idea da cui ero partita, ma qualcosa che ha trovato una propria forma.

Credo che sia questo il motivo per cui non riesco a separare completamente il mio lavoro da quello che vivo.

I luoghi che attraverso, le persone che incontro, le cose che mi incuriosiscono entrano nell’Atelier anche quando non me ne accorgo.

Non necessariamente come citazioni. Più come una specie di memoria che rimane sotto la superficie.

È successo con la Grecia.

È successo a Parigi.

E succede anche molto più vicino a casa, in una giornata qualunque, davanti a qualcosa che magari per gli altri non significa nulla.

Per questo non so mai dire esattamente quando nasce un gioiello. Forse nasce molto prima del primo segno sulla cera.

Forse nasce nel momento in cui qualcosa riesce a fermare il mio sguardo abbastanza a lungo da rimanermi dentro.

Poi ci vuole tempo. Ci vogliono tentativi, errori, mani, strumenti e una buona dose di pazienza.

E a un certo punto, quasi senza accorgermene, quella cosa che avevo soltanto guardato diventa materia.

È lì che comincia davvero il lavoro. 🤍