Napoli, inizio agosto.
È uno di quei posti in cui torno appena posso.
Ci vado quasi ogni anno, ho amici, persone che conosco da tempo, luoghi in cui torno senza bisogno di cercarli sulla mappa. Non la conosco tutta, naturalmente, ma conosco il suo modo di prenderti, di farti sentire a casa e, qualche volta, anche di farti venire voglia di scappare.
Pochi giorni, ma abbastanza per fare quello che mi piace fare a Napoli: camminare senza un programma troppo preciso mangiare, parlare e lasciarmi attraversare dalla città.
Il centro storico per me ha sempre qualcosa di magnetico.
I vicoli, i muri scrostati, i balconi, le porte, le cose appese un po’ ovunque. Napoli non ha bisogno di essere sistemata per essere bella. Anzi, forse è proprio quando mostra tutta la sua vita che mi piace di più.
Questa volta mi sono ritrovata a guardare ancora una volta quei piccoli cornetti rossi di ceramica.
Li conosco, li ho visti mille volte, eppure continuo a notarli.
Quel rosso acceso contro i muri consumati, le pietre, i colori un po’ sporchi delle facciate. Sono dettagli molto napoletani, ma per me sono anche un modo di guardare: quelle cose che appartengono talmente tanto a un luogo da diventare quasi invisibili e che, se ti fermi, tornano improvvisamente davanti agli occhi.
Siamo saliti anche sui tetti del Duomo, appena aperti al pubblico.
Mi è piaciuto vedere Napoli da lassù.
I tetti, le terrazze, le cupole, le antenne, le piante, le case una sopra l’altra. Una città che dal basso sembra quasi non avere spazio e dall’alto invece si apre continuamente.
Mi piace questo cambio di prospettiva.
Forse perché anche nel mio lavoro ho bisogno di avvicinarmi moltissimo a una forma e poi, a un certo punto, allontanarmi per capire cosa sto davvero guardando.
Poi siamo andati verso la Costiera.
Capri la amo da sempre, ma soprattutto la mattina presto.
È il momento in cui riesco ancora a sentirla.
Via Krupp quasi vuota, il profumo dei limoni, il verde delle foglie, la pietra chiara e quel blu del mare che sembra esagerato anche quando lo conosci già.
I limoni mi hanno accompagnata per tutta la mattina.
Il loro profumo, il colore, quella presenza quasi fisica che hanno nell’aria.
Ci sono luoghi che conosci così bene da non aver più bisogno di guardarli per sapere cosa ti piacerà. E poi, ogni volta, qualcosa riesce comunque a sorprenderti.
Ad Amalfi invece ho fatto un po’ più fatica.
Troppi turisti, soprattutto americani, troppo movimento per riuscire a godermi davvero il luogo.
Non mi è dispiaciuto essere lì, ma non è stata la parte del viaggio che ho amato di più.
Anche questo mi piace dei viaggi: non avere l’obbligo di trovare tutto meraviglioso.
Sorrento l’ho vista troppo velocemente.
E forse proprio per questo mi ha lasciato addosso una specie di promessa.
Quello che mi ha rapita è stata la sua posizione: la città così in alto e il mare sotto.
Una sensazione quasi teatrale, come se a un certo punto la terra finisse e sotto ci fosse soltanto acqua.
Ci sono rimasta poco, ma ho già deciso che voglio tornarci.
Questa volta con più tempo.






Sono tornata a casa con fotografie, qualche appunto e tante immagini che ancora non so bene dove mettere.
Il rosso dei cornetti.
I tetti del Duomo.
Il profumo dei limoni di Capri.
La pietra chiara.
Sorrento sospesa sul mare.
Non so se qualcosa di tutto questo diventerà un gioiello.
Non deve necessariamente succedere.
Da anni ho imparato che quello che guardo durante un viaggio non entra sempre subito nel lavoro. A volte rimane semplicemente lì, in una parte della memoria che non ha ancora bisogno di essere trasformata.
Poi magari, mesi dopo, mentre sono davanti al banco dell’Atelier, una forma mi porta da tutt’altra parte e improvvisamente riconosco qualcosa.
Un colore.
Una superficie.
Una proporzione.
Un ricordo.
Forse è anche per questo che continuo a partire.
Non per trovare necessariamente qualcosa da portare a casa, ma perché so che quello che vedo continuerà a vivere dentro di me anche quando sarò tornata in Atelier. 🤍





