Ci sono idee che rimangono dentro per un po’ prima di trovare il momento giusto per diventare qualcosa.
TAMARIS è nata così.
L’idea è arrivata in Grecia, durante uno dei miei tanti viaggi, davanti alle tamerici che crescono vicino al mare. Le avevo già guardate tante volte, ma allora quella forma ha iniziato a tornarmi in mente con insistenza: i rami sottili mossi dal vento, un po’ disordinati, mai veramente uguali tra loro.
Per un po’ è rimasta semplicemente un’immagine.
Non pensavo ancora a una collezione. Avevo soltanto la sensazione che prima o poi avrei voluto provare a trasformarla in un gioiello.
Poi, una volta tornata in Atelier, ho cominciato a lavorare sulla cera.
È passato del tempo tra quella prima intuizione e il momento in cui il primo anello ha preso forma. E anche durante il lavoro non è stato tutto immediato. Ho provato, modificato, lasciato da parte e ripreso. Ho cambiato curve e spessori, lasciato alcune superfici più irregolari e cercato di capire quanto potevo allontanarmi dalla forma iniziale senza perderne lo spirito.
Alla fine è nato il primo TAMARIS, all’inizio del 2026.
A quel punto, però, la storia non era ancora finita.
Guardando quell’anello, ho iniziato a chiedermi cosa sarebbe successo portando la stessa idea verso proporzioni diverse. Più sottile, più alto, più importante. Non volevo creare semplicemente delle varianti dello stesso modello, ma capire fino a dove potesse evolvere una forma mantenendo comunque la propria identità.
È stato un percorso fatto lentamente, attraverso prove e nuovi pezzi, fino a quando mi sono accorta che non stavo più lavorando a un solo anello.
TAMARIS stava diventando una famiglia.
Nel frattempo il primo anello era anche uscito dall’Atelier. L’ho portato a Parigi, dove l’ho presentato per la prima volta insieme alla capsule che avevo realizzato per il Palais Royal. Ma quella tappa è arrivata dopo, quando la forma aveva già iniziato il suo percorso.
Oggi, guardando i diversi TAMARIS insieme, mi piace riconoscere la stessa origine pur nelle differenze.
Una forma può cambiare molto senza smettere di essere se stessa.
Può diventare più sottile o più importante, avere una presenza diversa al dito e continuare comunque a parlare la stessa lingua. Posso realizzarla in argento o in oro, con cristalli o diamanti: cambiano il metallo e il grado di preziosità, ma non cambia il messaggio.
Anche il fatto che ogni pezzo venga realizzato singolarmente fa parte di questa storia.
Lavorando con la tecnica della cera persa, ogni anello porta con sé piccole variazioni. Le proporzioni e lo spirito del modello rimangono, ma la mano non può ripetere esattamente lo stesso gesto due volte.
Per me non è qualcosa da correggere.
È quello che permette a ogni TAMARIS di appartenere alla stessa famiglia senza essere mai davvero uguale a un’altra.
E forse è proprio per questo che non considero TAMARIS una collezione conclusa.
È già cresciuta molto rispetto a quella prima forma che avevo in mente in Grecia, ma non sento il bisogno di stabilire adesso dove debba arrivare.
Potrebbero esserci altri anelli, altre proporzioni, forse un giorno anche gioielli completamente diversi.
Preferisco lasciare che sia il lavoro a suggerirmelo.
La Grecia è stata il punto da cui è partita un’idea, molto prima che diventasse una collezione.
Poi sono arrivati il tempo, l’Atelier, le prove, i primi gioielli e anche Parigi.
Oggi TAMARIS è una famiglia ancora aperta.
E mi piace guardarla così: non come qualcosa che ho già finito di progettare, ma come una forma che, nel tempo, continua a dirmi dove può andare. 🤍




