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Atelier_Ludovica Andrina_1

Ci sono mattine in cui arrivo in Atelier con le idee abbastanza chiare e altre in cui mi basta guardare il banco per capire che la giornata prenderà tutt’altra direzione.

In questi primi giorni di ottobre fa ancora caldo, le finestre sono aperte e la luce entra nell’Atelier quasi come se l’estate non avesse ancora deciso di andarsene. Sul banco ci sono lavori da terminare, appunti, materiali e piccoli oggetti che sposto continuamente da una parte all’altra, convinta che prima o poi troveranno il loro posto.

Ho sempre avuto la tendenza a cominciare una cosa e, mentre la sto facendo, pensare già a quella successiva. Una forma mi porta a un’altra, un ordine mi ricorda una telefonata da fare, una fotografia che ho scattato qualche giorno prima mi fa venire in mente un’idea che non voglio perdere.

Il mio Atelier è anche questo: un luogo in cui convivono tante cose, alcune molto concrete e altre ancora difficili da spiegare.

Ci sono gli ordini da preparare, le persone da ascoltare, le giornate da organizzare e tutto il lavoro che non si vede quando si guarda un gioiello finito o una candela appoggiata su un tavolo. E poi c’è quella parte più silenziosa, che cerco sempre di proteggere: il tempo per osservare, per provare, per cambiare idea.

Non sempre riesco a fare tutto quello che avevo immaginato al mattino. A volte arrivo a sera con una lista ancora lunga e la sensazione di aver fatto mille cose senza averne conclusa abbastanza. Altre volte, invece, una giornata che sembrava destinata a essere soltanto operativa mi regala un’intuizione inattesa.

Ho imparato a convivere un po’ meglio con questo disordine. Non quello delle cose lasciate sul banco, che prima o poi qualcuno dovrà pur sistemare, ma quello dei pensieri, dei progetti e delle possibilità che accompagnano il mio lavoro.

Creare, per me, significa anche accettare che non tutto sia immediatamente chiaro. Che alcune idee abbiano bisogno di restare lì, in un angolo della testa, mentre io mi occupo di altro.

Così, tra una cosa da finire e una da cominciare, le giornate passano. Fuori la luce cambia lentamente, l’aria del mattino è ancora tiepida e io continuo a cercare il mio ritmo, quello che mi permette di lavorare senza perdere il piacere di farlo.

Domani probabilmente troverò il banco esattamente come l’ho lasciato. Ci sarà qualcosa da spostare, qualcosa da finire e, quasi certamente, una nuova idea da appuntare.

E forse è proprio questo che mi piace del mio lavoro: non sapere mai del tutto che cosa mi aspetta quando apro la porta dell’Atelier.

Ludovica